Progetti di educazione alimentare in Tanzania

Sono 7 le studentesse del Corso di Laurea magistrale in Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione umana partite il 13 agosto per il monastero di Mvimwala, in Tanzania. In collaborazione con Golfini Rossi Onlus, stanno monitorando lo stato nutrizionale degli alunni della scuola primaria St. Placidus tramite la raccolta di misurazioni antropometriche, per poi intervenire con progetti di educazione alimentare e sulle norme igieniche e sanitarie di base.

In Perù salute e formazione per le donne dei villaggi

Sarà un progetto di cooperazione tutto al femminile quello che vedrà coinvolte quaranta donne in Perù. A partire dal 21 agosto, nella Valle del Cañete, spazio ad attività sociosanitarie e formative a favore della popolazione locale, in collaborazione con Caritas e Condoray.

Il programma dedicherà particolare attenzione alle donne dei villaggi che, come promotoras, saranno in grado di innescare una catena virtuosa di formazione nel territorio. Gli abitanti impareranno inoltre a produrre sapone allo zolfo, efficace per tenere lontani gli acari, particolarmente aggressivi verso i più piccoli. Il lavoro medico-infermieristico sarà infine rivolto a tutta la popolazione locale, sia negli ambulatori della Caritas sia nelle baraccopoli rurali.

Una mobile clinic in Tanzania

Il 28 settembre, a partire per la Tanzania saranno infine cardiologi, neurologi, ginecologi, chirurghi e personale specialistico del nostro Policlinico Universitario, insieme a 20 studenti di Medicina e Chirurgia del nostro Ateneo. Un totale di 35 persone che assicureranno un’assistenza sanitaria minima di base nei villaggi rurali particolarmente isolati intorno al Monastero di Mvimwa.

Affiancheranno i medici locali in un dispensario, attraverso workcamp sanitari e una mobile clinic, vero e proprio ospedale mobile che porterà salute fin nelle aree più sperdute del Paese. Grazie ad accordi sottoscritti da UCBM con il Governatore del Distretto di NkasiCollaboreranno, per gli interventi chirurgici potranno avvalersi della collaborazione del Regional Hospital di Sumbawanga.

Il progetto non terminerà col ritorno in Italia dei professionisti e degli studenti UCBM. Al contrario, sarà preparatorio per successive missioni in cui, collaborando con i medici locali, si riuscirà a garantire continuità nell’attività clinica e chirurgica.

 

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Un convegno sul passato, presente e futuro del primo e unico centro senologico multidisciplinare della Palestina, nato grazie alla collaborazione tra l’Agenzia Italiana della cooperazione allo sviluppo, Elis Ong e l’Università Campus Bio-Medico di Roma.

È la prima Breast Unit in tutta la Palestina, e parla italiano. È stata presentata a Beit Jala (Betlemme) domenica 9 dicembre e potrà seguire almeno 150 pazienti l’anno, pari a circa il 40 per cento di tutti i casi di tumore al seno del Paese.

Il primo e unico centro senologico multidisciplinare palestinese è nato grazie alla collaborazione tra l’Ufficio di Gerusalemme dell’AICS – Agenzia Italiana della cooperazione allo sviluppo, Elis Ong – che ha elaborato il progetto – e l’Università Campus Bio-Medico di Roma, che ha fornito i suoi medici e l’esperienza della Breast Unit attiva presso il proprio Policlinico Universitario. Grazie a loro, la senologia palestinese è ora al livello delle Breast Unit europee, volute dall’UE sin dal 2003.

300 screening diagnostici in due mesi

Il progetto, pensato insieme al Ministero della Sanità del governo palestinese, ha previsto la formazione di professionisti locali attraverso training sia in loco che a Roma, presso il Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. “Abbiamo aderito molto volentieri a questo progetto – ha dichiarato Davide Lottieri, vicepresidente di UCBM. “Da tanti anni stiamo costruendo legami con altri Paesi e con strutture universitarie in tutto il mondo per arricchire i nostri studenti e cooperare insieme agli altri”.

Il reparto dell’ospedale di Beit Jala, recentemente ristrutturato e adattato, può contare oggi su un ecografo, un mammografo con tomosintesi e sistemi informatici. Grazie ad essi, l’equipe multidisciplinare formata da oncologi, senologi, chirurghi plastici e infermieri ha già effettuato 300 screening diagnostici nei primi due mesi di attività. 26 le donne che hanno scoperto di avere un cancro al seno in fase precoce: per loro la Breast Unit è intervenuta tempestivamente, facendo al tempo stesso risparmiare alla sanità palestinese l’equivalente di oltre 200 mila dollari per le sole indagini diagnostiche.

Solo un primo passo a favore delle donne palestinesi

Prima dell’apertura di questa Unità, le donne palestinesi che desideravano effettuare screening oncologici dovevano aspettare da 4 a 6 mesi, ovvero un lasso di tempo in cui le condizioni di salute possono aggravarsi seriamente. Erano costrette a recarsi in Giordania o in Israele, con trasferte che potevano durare anche mesi.

È stato un percorso scientifico e umano molto ricco, che ha permesso di colmare un vuoto molto importante nella sanità palestinese – spiega Vittorio Altomare, responsabile della Breast Unit romana e direttore scientifico del progetto. “I medici e gli infermieri palestinesi hanno accolto con entusiasmo l’impostazione multidisciplinare delle Breast Unit europee. Noi continueremo a esser loro vicini per accrescere questo patrimonio e portare il loro tasso di guarigione ai livelli delle donne europee. Nei prossimi mesi infatti apriremo un reparto di ricovero dedicato alle donne, daremo il via all’utilizzo della tecnica a ultrasuoni intraoperatoria per la chirurgia oncoplastica, acquisiremo una nuova tecnica per l’individuazione del linfonodo sentinella. Insieme daremo vita a uno studio scientifico e infine, nel marzo 2019, terremo il secondo convegno congiunto italo-palestinese presso la sede di UCBM”.

“La Breast Unit ha portato un grande cambiamento nel nostro Paese – ha spiegato Nida Khaliltecnica di radiologia e operatrice della Breast Unit di Beit Jala. “Appena una donna sospetta un problema al seno, noi oggi possiamo effettuare una biopsia, conoscere lo stadio della malattia e sapere come curarla. Sono andata personalmente nei mercati e per le strade e ho invitato le donne a utilizzare il nostro centro per fare prevenzione e curarsi”.

Dal 23 agosto all’8 settembre scorso 16 studentesse (Infermieristica, Ingegneria e Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione Umana) e due specializzande (Ginecologia e Cardiologia) del nostro Ateneo si sono recate in Perù, a San Vicente de Cañete, per collaborare come volontarie con alcune istituzioni locali.

Affiancando gli assistenti sociali e la Caritas, il team ha interagito con centinaia di persone, impegnandosi in attività di assistenza sanitaria e non solo. Studentesse e specializzande, sotto la supervisione di alcuni docenti, hanno infatti eseguito visite di medicina generale, cardiologiche, ginecologiche e chirurgiche sia a domicilio sia in ambulatorio. Hanno inoltre fornito consulenze nutrizionali all’interno delle scuole e delle sale d’aspetto degli ambulatori.

Daniela sognava l’Africa fin da bambina. Per questo non ha saputo dire di no quando il docente di Endocrinologia Nicola Napoli, all’inizio del secondo anno del corso di laurea magistrale in Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione Umana, ha proposto un’esperienza di tesi in questo continente.

Daniela non ha preso l’aereo da sola: è partita con lei anche Vittoria, compagna di corso, grazie al sostegno di Giovanni Mottini, responsabile dei progetti di cooperazione internazionale del nostro Ateneo. Destinazione la Tanzania, dove Daniela Mucci e Vittoria Russo sono rimaste un mese, la scorsa estate, con un duplice obiettivo: un’indagine nutrizionale in pazienti HIV positivi in terapia antiretrovirale e una valutazione negli stessi delle alterazioni del metabolismo glucidico (Vittoria) e dell’assetto lipidico (Daniela).

Un mese di indagini nutrizionali e valutazioni metaboliche

Nella prima fase della ricerca le due studentesse hanno analizzato abitudini e modelli alimentari tradizionali della popolazione locale, rilevando quanto sia frequente il consumo di cibi ricchi di zuccheri e raro quello di carne, pesce, uova, latte e frutta. Successivamente hanno valutato lo stato di salute dei pazienti, rilasciando loro un referto con tutte le indagini eseguite.

Per realizzare la tesi, le due studentesse hanno frequentato il St. Gaspar Referral and Teaching Hospital, fondato e tuttora gestito dalla Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue a Itigi, cittadina rurale che si trova perfettamente al centro della Tanzania, in un’area poco sviluppata e circondata da villaggi, a circa 1.300 metri di altitudine.

“Stando sul campo – spiega Vittoria – s’impara tanto. Davamo ai pazienti consigli nutrizionali, partendo dai cibi che coltivavano. E in certi casi il nostro aiuto poteva essere fondamentale: alcuni di loro non conoscevano nemmeno le modalità di cottura più adeguate”.

“L’impatto con i pazienti – ricorda Daniela – inizialmente è stato forte. Mi ha stupito la loro disponibilità e collaborazione. Col tempo ho cominciato a guardare i pazienti negli occhi, mi sono abituata al loro modo di parlare e di rapportarsi con noi. A un certo punto mi sono sentita così integrata che ho cominciato perfino a contare come loro e usare termini nella loro lingua locale”.

Conclude Daniela: “Mi ha reso felice collaborare ogni giorno anche nelle piccole cose. Ora il mio desiderio è tornare lì e trovare il modo di rendermi utile attraverso il mio lavoro”.

Aggiunge Vittoria: “Mi sono laureata a ottobre, adesso mi piacerebbe lavorare proprio nel campo della cooperazione internazionale. Prima del viaggio pensavo avrei lavorato in ambito clinico. Questo ancora mi interessa, ma l’esperienza africana mi ha aperto anche un altro mondo”.

Il contatto skin to skin tra la madre e il bimbo appena nato è più efficace dell’incubatrice. Lo conferma il progetto di ricerca in neonatologia condotto da Giulia Spina in Uganda e argomento della sua tesi di laurea discussa lo scorso luglio.

Il progetto, condiviso in Africa con la collega e amica Costanza Cutrona e sostenuto dal prof. Pietro Ferrara, relatore della tesi, dalla dott.ssa Laura Andrissi, dal prof. Massimo Ciccozzi e dalla dott.ssa Francesca Farchi, è ora in fase di pubblicazione, avendo fornito risultati di notevole interesse.

Il contatto a pelle stimola l’allattamento e quindi la crescita del bambino – spiega Giulia –. Un aspetto che si è rivelato fondamentale in un contesto rurale come quello africano. Anche perché i benefici più rilevanti per i neonati riguardano il mantenimento della temperatura corporea e la conseguente riduzione dell’ipotermia e dell’ipoglicemia neonatali, complicanze facilmente gestibili in Paesi avanzati, ma completamente fuori controllo altrove”. È in questo secondo caso quindi che lo studio di Giulia e Costanza può risultare di vitale importanza per ridurre la mortalità infantile.

L’esperienza formativa della giovane, che si era già recata in Kenya nel 2011, non si è tuttavia limitata al progetto di ricerca per la tesi di laurea: “Dove c’è poca forza lavoro – spiega – vieni per forza valorizzato. Per questo ho fatto tanta pratica e sono cresciuta moltissimo. La cosa più bella poi è stata poter lasciare qualcosa di importante all’ospedale, insegnando da zero a tutto il personale della sala di ostetricia l’intera procedura, a partire dai valori da tenere monitorati”. Nel frattempo, sempre insieme a Costanza, organizza raccolte fondi a favore dell’Ambrosoli Memorial Hospital e aggiunge, illuminandosi in volto: “Tra due anni, da specializzanda, potrò essere ancora più utile”.

L’Università Campus Bio-Medico di Roma rafforza la propria apertura al mondo e, in particolare, al continente africano: lo scorso novembre ha firmato un memorandum of understanding per intraprendere, nei prossimi cinque anni, un progetto di cooperazione internazionale in Tanzania. Obiettivo, lo sviluppo di progetti educativi sul fronte agro-alimentare e la creazione di micro-imprese agricole in un quadrante particolarmente povero e arretrato del Paese africano, attorno al monastero benedettino di Mvimwa, a 100 chilometri dal lago Tanganica.

L’accordo, sottoscritto con il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia agraria (CREA), l’Università di Parma, l’Associazione ‘Golfini Rossi’ Onlus e due atenei africani – la Strathmore University (Kenya) e la St. Joseph University (Tanzania) – consentirà di approfondire scientificamente le abitudini alimentari dei circa 20 mila abitanti della zona. Un territorio che comprende dieci villaggi limitrofi al monastero e in cui si vogliono ora sviluppare progetti di educazione alimentare e alla salute, per migliorare le possibilità di reperimento, produzione, utilizzo e conservazione degli alimenti.

Incidere sul futuro alimentare e agrario

Tra il personale sanitario dei partner coinvolti, l’ospedale pubblico del capoluogo e i dispensari dei villaggi è nata una proficua collaborazione sui temi di malnutrizione e di salute. La ‘pappa di Parma’, formulazione a base di alimenti tipici africani ideata dall’Università di Parma, è stata proposta come utile alternativa per la malnutrizione infantile. Nel contempo, l’obiettivo è anche quello di favorire la nascita di micro-imprese agricole e di incentivare la bio-edilizia per incidere positivamente sulla qualità della vita e della salute della popolazione.

“Già durante quest’anno – precisa la prof.ssa Laura De Gara, delegata del Corso di Laurea magistrale in Scienze dell’Alimentazione e della Nutrizione umana – grazie alla collaborazione di 12 studenti del nostro ateneo, abbiamo iniziato a valutare con test specifici fabbisogni e carenze nutrizionali della popolazione, definendo anche gli standard raggiungibili di qualità delle cucine e delle mense. Inoltre, con il contributo del CREA, abbiamo testato l’efficacia dell’utilizzo di essiccatori a pannelli solari per offrire agli abitanti una miglior conservazione del cibo e abbiamo valutato la qualità dei terreni coltivabili. Grazie alla partnership avviata con la firma di questo memorandum, contiamo di poter continuare a lavorare per incidere in modo significativo sul futuro alimentare e agrario degli abitanti presenti nell’area del monastero”.

Due settimane di workcamp in Camerun, ospiti del piccolo ospedale delle Suore della carità di S. Giovanna Antida. Il prof. Marco Caricato, lo specializzando Luca Improta, l’anestesista Ferdinando Longo e l’infermiere Fabrizio Burgio sono stati accolti a circa 800 chilometri da Yaoundè, la capitale, nell’ospedale SJAT di Gala Gala.

Un centro nuovo, inaugurato nell’aprile 2016 e “attrezzato meglio di quanto si possa in genere trovare in Africa”. Un ospedale con un blocco operatorio funzionante, due ginecologi e un infermiere di anestesia che, spiega suor Maria Grazia, direttore generale dell’ospedale, “non negano le cure a nessuno: aiuti e donazioni sono ancora fondamentali, nell’attesa che la struttura possa raggiungere l’indipendenza economica”.

Due settimane di lavoro a Gala Gala

Il racconto del team comincia purtroppo con la morte di Sylvie, giovane donna per la cui vita tanto è stato fatto, ma invano: “La riportiamo in stanza, dai suoi cari, la guardiamo spegnersi. Il morale è a terra, la rabbia tanta e la sofferenza dei familiari è lacerante. A cena, tutti insieme riflettiamo su come riuscire a cambiare qualcosa. Il lavoro appare immenso, i mezzi miseri, ma la forza di chi è qui da sempre riesce a riaccendere una speranza. Arriviamo alla conclusione che l’unica soluzione possibile per costruire qualcosa di duraturo è garantire mezzi e formazione costanti, senza avere fretta di raccoglierne i frutti”.

Per questo, nelle due settimane di permanenza in Camerun non sono mancati consigli di tecnica chirurgica, approfondimenti sull’uso del defibrillatore, spiegazioni e presentazioni rivolte al personale locale. Concludono i partecipanti: “È stato un arrivederci tra amici: questo progetto deve andare avanti”.

Investire nel cambiamento

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